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UN PAESAGGIO DEMOCRATICO


L’ESPERIENZA COPROREA DELLO SPAZIO
Rossella Nicolò


La ricerca fotografica di Gaetano Paraggio non si esaurisce nella documentazione visiva ma si configura come un’indagine profonda sulla dimensione relazionale che lega l’interiorità umana al paesaggio urbano. Attraverso il suo sguardo, la provincia di Matera smette di essere margine geografico e offre spunti per un contributo significativo agli studi sulla trasformazione degli spazi contemporanei.
Il metodo di lavoro dell’autore emerge in filigrana: una mappa visiva che prende forma nell’atto fisico di un attraversamento paziente e meditato dei luoghi. Poche volte si lascia trasportare dagli incanti poetici e dalle epifanie che si annidano nelle viuzze silenziose; al contrario, esplora una dimensione smerigliata dove il confronto tra architetture, territori fisici e paesaggi mentali avviene in una tensione tra mondo visibile e invisibile. In queste fotografie, isole di umanità dove sopravvive ciò che la modernità tende a silenziare, emergono due livelli interpretativi fondamentali: il paesaggio come ricerca interiore e la modalità con cui esso interagisce con l’essere umano, attivando un processo di “integrazione osmotica” capace di generare nuovi dispositivi sensibili .
A permeare l’intera opera è la dimensione esperienziale. Ogni fotografia è frutto di una scoperta, di una curiosità, di uno spaesamento, un atto che rinnova costantemente la percezione dell’esistente. Gli edifici perdono la loro fissità minerale per trasformarsi in événements - eventi vissuti - dove le dissonanze e le consonanze tra l’uomo e il costruito si attivano con estrema delicatezza. Paraggio ci consegna così una geografia dell’anima, dove il cemento e la pietra diventano specchi di una sensibilità profonda e vibrante.
Fotografare gli spazi urbani contemporanei di piccoli paesi del Sud che non rientrano nei consueti circuiti turistici, oggi significa immergersi in una realtà sfuggente, complessa, molteplice, irregolare e indifesa in cui convivono, a volte ignorandosi, a volte intrecciandosi, reti, flussi, memoria.
L’inquietudine teorica che investe il campo delle discipline dello spazio, allude alla consapevolezza di tale complessità, poliedricità, diversificazione. La ricerca, condotta tra il 2015 e il 2018, tende a riflettere criticamente sulle relazioni e interazioni tra diversi livelli della realtà, su nuove modalità d’interpretazione poetica degli spazi, superando una visione compresa in una rigida catalogazione formale. Il risultato finale è la riscoperta di una visione del mondo che privilegia l’indeterminatezza, le allusività. Un paesaggio democratico è un taccuino personale fatto di osservazioni, note visive maturate durante il viaggio attraverso le province di Matera, oggi cartine al tornasole che permettono di leggere le evoluzioni e le mutazioni che interessano le società contemporanee. Il senso dei luoghi risiede nella loro configurazione: in questo cantiere iconografico emerge un’estasi di immobilità testimone di un presente traumatico, fatto di scampoli di assenze, nostalgie, perdite, ma anche di elementi sopravvissuti che oscillano tra ardimenti lirici, deciso realismo, attesa di un futuro possibile.
Ad attrarre Paraggio, sono soprattutto gli angoli dei sentieri petrosi, nella loro apparizione improvvisa, edifici colti nella loro frontalità, declivi obliqui dagli incerti confini ed elementi anonimi che restituiscono alla fotografia ciò che in genere viene scartato, per essere risignificato in un nuovo orizzonte capace di cogliere la fragilità umana. Dettagli che raccontano un tempo sospeso in un’alchimia perfetta, resa possibile dalla coincidenza di elementi casuali (panni appena stesi, l’allungamento dell’ombra di un edificio sulla strada, sedie accatastate davanti a un bar in chiusura) che solo in quel determinato frangente il fotografo, alla stregua di un demiurgo, è stato in grado di “assemblare”, creando un nuovo punto di vista, da acuto osservatore delle aree interne. La tensione verso una nuova facoltà di vedere innerva tutta la produzione fotografica di Paraggio che si consolida negli anni in una impressionante coerenza estetica. Una serratura, una tegola, una soglia consunta cui si accede da piccoli scalini, un antico lenzuolo ricamato mosso dal vento, creano un paesaggio di frammenti, di timbri isolati, di incompiutezze, dove la luce esplode improvvisa, quasi inaspettata. Il silenzio di una piazza vuota, la scritta su un muro scalcinato, possono creare straniamento o disegnare le linee precise di un racconto retrospettivo che stupisce per la sua antiretorica, per la sua naturale spontaneità di trasfigurazione della quotidianità. Frammentazione, silenzio, scomposizione, esperienza corporea dello spazio: Paraggio è fotografo, in presenza, di ”un’assenza” che si attraversa con sguardo attento, orecchio teso, animo vivo, in ascolto delle cose che cullano il tempo, che colgono il battito remoto e segreto dell’esistenza, vegliano sul passato, sulla diaspora dei morti, sul tempo perduto, provano a definire il mistero del reale. E quando sfogliamo le pagine di questo libro, il coro muto delle case comincia a cantare e il nostro orecchio è pronto ad ascoltarlo come davanti ad una cerimonia silente.


NOTE A MARGINE DI UN VIAGGIO
Gaetano Paraggio


Dal 2015 al 2018, in tappe successive, senza un programma prestabilito, ma completamente libero, negli occhi e nel cuore ho visitato la provincia di Matera accompagnato dall’amico e fotografo Pio Peruzzini.
Senza la sua presenza, questo libro non sarebbe mai nato
.

In filigrana, a sostenere questo attraversamento fotografico della provincia di Matera, aleggia lo spirito del Grand Tour: un viaggio meno avventuroso di quelli di un tempo, un cammino fuori rotta, privo di un itinerario imposto, guidato dall’intuizione, dagli incontri e dalle deviazioni, in cui l’errore e lo smarrimento diventano parte essenziale dell’esperienza e del senso del viaggio.
Un paesaggio democratico è il risultato di tre anni, pause di meditazione comprese, di osservazioni fotografiche, guidate da un desiderio tanto semplice quanto profondo: osservare, comprendere e registrare ciò che, sulla strada, ha richiamato il mio interesse.
Ho toccato quasi tutti i comuni della provincia, mantenendo la dovuta distanza dalle immagini già viste e riconoscibili. Lo spazio che mi attrae, non si offre al mio sguardo come cartolina, è - al contrario - esperienza di vita, contemplazione, capacità di farsi abitare dai luoghi, lasciare che sia il paesaggio ad offrirsi a me e non il contrario.
La fotografia, in questo caso, diventa lo strumento che mi consente di avvicinarmi al reale senza pretendere di spiegare, né di giudicare: è un tentativo di comprensione, reciproca, tra me e quello che ho incontrato sul cammino. Ho visitato paesi che non rientrano nei normali e virtuosi circuiti turistici o economici e credo che - in ragione di questo - conservino la forza silenziosa di una verità che esclude mediazioni, ancorata al terreno della propria storia e delle proprie tradizioni da radici solide e profonde.
Il termine democratico allude ad un gesto concreto: concedere lo stesso tempo, la stessa attenzione e lo stesso rispetto a ogni porzione di territorio. In questo senso la serie fotografica scorre libera: un piccolo centro rurale, una strada secondaria, un borgo spopolato o addirittura abbandonato hanno lo stesso diritto di esistere, iconograficamente, quanto i luoghi celebrati e riconoscibili.
Emerge in queste immagini: una vocazione intrinsecamente documentaria, è una fotografia che pone interrogativi: si può misurare lo stato delle cose? È possibile osservare come il tempo modelli lo spazio? Forse si, ma fino ad un certo punto. Del resto non si può immaginare un futuro possibile quando sembra che tutto sia fermo, cristallizzato in un tempo incapace di dare risposte. Non è realistico sentire evocare i soliti modelli di sviluppo turistico-centrici, ascoltare cose già sentite che mai si sono trasformate in nulla di concreto.
Visioni di futuro che valgono se proiettate su città-palcoscenico, come Matera, per esempio, scelte, forse obbligate, che hanno cambiato tutto: là dove un tempo abitava la miseria, oggi si concentra la ricchezza: il centro storico di Matera ha cambiato volto e, soprattutto, significato. Il nuovo assetto di città prettamente turistica porta con sé opportunità evidenti, ma anche criticità profonde: la progressiva affermazione di una monocultura da tour-operator rende l’economia fragile e dipendente da flussi stagionali, mentre il centro storico tende a svuotarsi dai residenti, sostituiti da strutture ricettive che favoriscono processi di gentrificazione e una trasformazione della città in spazio prevalentemente scenografico. In questo contesto, l’identità culturale rischia di essere semplificata o adattata alle aspettative del visitatore, perdendo complessità e autenticità, mentre l’aumento del costo della vita e degli affitti rende sempre più difficile per molti abitare e lavorare in città.
A ciò si aggiunge una crescente pressione sul territorio e sulle risorse, spesso non accompagnata da una ricaduta dei benefici economici sulla provincia, lasciando ai margini tutto quello che è fuori città.
La provincia di Matera custodisce una storia antica come l’uomo.
Una bellezza complessa, fragile, fatta di tesori artistici e architettonici, paesaggi aperti su grandi spazi: stratificazioni umane e naturali che si perpetuano lungo il corso dei millenni.
Un paesaggio democratico è il mio atlante delle emozioni che trasforma lo sguardo in immagine, sono note visive maturate lungo il viaggio e oltre...
Questo libro è un invito a rallentare, a spostare il centro, a riconoscere che anche nei luoghi che sono frontiera e confine, si riflette, con forza e chiarezza, l’identità profonda di un territorio che vuole continuare a esistere.
UN PAESAGGIO DEMOCRATICO
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