Piccola autobiografia sentimentale
Ho tanti ricordi d’infanzia che si intrecciano al paesaggio, come fili sottili che ancora oggi continuano a tessere il mio sguardo.
Sono nato a Paderno Dugnano, quando era ancora provincia di Milano, e ho trascorso i miei primi tredici anni tra Limbiate e Varedo, paesi caratterizzati da un aspetto architettonico tipico di quei luoghi, con un centro storico costituito da case di due piani circondate da palazzoni che avevano cominciato ad ergersi nell’Italia degli anni ’60 e ’70 del secolo scorso. Intorno, fabbriche, supermercati, i primi centri commerciali: la nuova Italia prendeva forma sotto i miei occhi, diventando una città diffusa, una periferia senza confini precisi.
Ricordo i viaggi in automobile per andare a trovare i nonni: quelli materni a nord est, nella bassa friulana, vicino ad Aquileia; quelli paterni a sud, in Campania, nei pressi di Battipaglia. In quelle ore lente, lo sguardo si perdeva oltre il finestrino, catturato da ciò che appariva all’improvviso. Lo spostamento si trasformava in viaggio, e senza saperlo imparavo a osservare, a conoscere. Ogni territorio mi parlava con una lingua diversa: i paesi cambiavano forma, i materiali mutavano, i paesaggi si aprivano e si chiudevano come respiri.
La pianura padana si stendeva piatta, interrotta solo da campanili o da ciminiere fumanti. Campi di mais e frumento, cascine isolate, spesso abbandonate. Poi l’Appennino, con i borghi arroccati sulle colline o aggrappati alla roccia, dove l’architettura si piegava alla terra. Il mattone lasciava spazio alla pietra, al marmo, al tufo. Non erano paesaggi da cartolina, non cercavo scorci perfetti: guardavo le strade provinciali, i margini, le traiettorie secondarie, i luoghi attraversati più che quelli celebrati. Fuori dal finestrino, il tempo scorreva insieme al paesaggio. E io, senza saperlo, cominciavo a costruire il mio modo di vedere.
Mi sono diplomato all’Istituto Statale d’Arte di Salerno nel 1984. Da allora, la fotografia è diventata per me un modo di stare al mondo: non solo uno sguardo, ma un tentativo continuo di comprendere ciò che mi circonda. Fotografare è misurare la bellezza, ma anche attraversare le fragilità e le contraddizioni dei luoghi.
Cammino negli spazi e li osservo, cercando una distanza che mi permetta di vedere senza invadere. Nei prospetti ripetuti di case e palazzi, nelle aiuole del verde pubblico, negli arredi urbani o negli habitat naturali, ritrovo una grammatica che parla di presenza e di assenza, di ordine e disordine. Il paesaggio che inseguo non è mai definitivo: è un luogo raggiunto ma non trattenuto, un punto di incontro tra me e ciò che guardo. Ogni immagine è un tentativo di dialogo, una forma di comprensione reciproca.
Vivo e lavoro a Bellizzi, in provincia di Salerno, continuando a osservare, come allora, attraverso un finestrino che non ha mai smesso di essere aperto sul mondo.
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